Borse in recupero con il petrolio, la sterlina s’indebolisce sui timori di Brexit

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Piazza Affari scatta in avvio, bene anche gli altri listini Ue. La divisa britannica arretra dopo il supporto del sindaco di Londra, Johnson, all’uscita dall’Unione europea. Effetto opposto sui mercati, dove le aziende traggono beneficio dalla sterlina meno forte con esportazioni più facili. Tokyo chiude la seduta in rialzo dello 0,9%. Indici Pmi sul manifatturiero Ue: rallenta la Germania. L’euro tratta debole poco sotto quota 1,1 dollari

BORSA

MILANO – Ore 10:30. Il rimbalzo del prezzo del petrolio fa bene alle azioni asiatiche, che chiudono in rialzo e lanciano indicazioni positive ai mercati europei. I listini del Vecchio continente aprono in rialzo: Milano segna un balzo del 2,3%, Francoforte sale dell’1,4%, Londra dell’1% e Parigi dell’1,3%. La sterlina si indebolisce in scia alle preoccupazioni per l’esito del referendum di giugno sull’uscita del Regno Unito dall’Unione. La divisa britannica ha registrato il maggior scivolone da un mese a questa parte dopo che il sindaco di Londa, Boris Johnson, ha ufficializzato la sua campagna per l’uscita dall’Ue, in uno scontro interno ai conservatori con il premier David Cameron. L’effetto sulle azioni britanniche è per il momento opposto: l’indebolimento della valuta gioca a favore dell’export della Corona, generando un recupero del Ftse 100.
Borse in recupero con il petrolio, la sterlina s’indebolisce sui timori di Brexit
L’incertezza sulla potenziale uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea sta facendo scivolare la sterlina, ma aiuta le azioni quotate sulla Borsa di Londra. Una divisa più debole, infatti, è la prima forma di sostegno all’export: i prodotti delle aziende del Regno Unito saranno meno cari e quindi più appetibili per i compratori ‘in euro’. Il grafico mostra infatti l’andamento opposto: la linea bianca traccia la sterlina contro l’euro, mentre quella blu l’indice Ftse 100 della Borsa di Londra contro il paniere di azioni europee Euro Stoxx 50. Dopo il -4,7% registrato da inizio anno, la Borsa di Londra si è comportata meglio dei competitor negli ultimi giorni.
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L’euro tratta debole poco sotto quota 1,11 dollari. La moneta europea passa di mano a 1,1097 dollari e a 125,26 yen. La sterlina è in area 1,41 sul dollaro, ai minimi da un anno. Lo spread tra Btp e Bund tedeschi avvia la settimana sotto quota 135 punti base, con il rendimento dei titoli italiani all’1,5%. I prezzi del petrolio tentano nel frattempo il rimbalzo: i contratti sul Wti con scandenza a marzo tornano sopra i 30 dollari, guadagnando 41 cenetsimi a 30,05 dollari al barile. I contratti sul Brent con scadenza ad aprile avanzano di 38 cents a 33,39 dollari al barile. A spingere le quotazioni c’è la continua diminuzione dei pozzi attivi negli Usa, che secondo Goldman Sachs – di questo passo – porterà a una riduzione della produzione media del 2016, rispetto all’anno scorso, di oltre 400 mila barili. Resta comunque la grande sovra-produzione globale determinata dai Paesi Opec e dalla Russia.

Gli osservatori dell’economia europea incassano le indicazioni sulle prospettive di crescita dagli indici Pmi del settore manifatturiero, che raccolgono le interviste ai direttori degli acquisti delle aziende fornendo un’anticipazione delle tendenze future. Dati importanti in vista della pubblicazione del Pil tedesco di domani. Proprio dalla Germania arrivano segni di rallentamento: il Pmi è sceso a febbraio a 50,2 punti (52,3 a gennaio) e si è portato al livello più basso da un anno e tre mesi. In Francia, l’indice pubblicato da Markit ha segnato invece un timido rialzo a 50,3 punti, dai 50 di gennaio. Segno meno, dunque, nel complesso dell’Eurozona con il Pmi che scende da 52,3 a 51 punti. Ogni posizione sopra 50 punti indica una crescita economica. In Italia si registra anche il recupero dei prezzi al consumo di gennaio: +0,3% la variazione annua. Il settore manifatturiero è centrale anche negli Usa, dove si attende l’indice della Fed di Chicago insieme all’indice Pmi (l’agenda dei mercati).

Quanto al clima globale sui mercati, Karl Goody, gestore di Sydney, spiega a Bloomberg che “la gente è tornata a prendersi rischi sui mercati. Guarda indietro alle massicce vendite di quest’anno e pensa che l’ondata sia stata abbastanza. La Brexit porta soltanto una maggior dose di volatilità”. In Asia, in effetti, gli scambi si sono chiusi al rialzo. In Cina si sta giocando una partita di potere che si intreccia con l’andamento dei mercati e amplifica l’effetto ottovolante. Nel fine settimana, ad esempio, Pechino ha estromesso Xiao Gang dal vertice della China Securities Regulatory Commission, che guidava dal 2013, in favore di Liu Shiyu, ex presidente della Agricultural Bank of China. Una mossa che segue la ricerca dei ‘colpevoli’ degli scossoni di Borsa che si sono verificati in gennaio, una replica di quanto già visto la scorsa estate.

In Asia, l’indice preliminare manifatturiero Pmi giapponese è sceso a febbraio a 50,2 dal 52,3 di gennaio. La Borsa di Tokyo, malgrado un’apertura in calo, ha recuperato grazie a un indebolimento dello yen e un recupero del petrolio. L’indice Nikkei ha guadagnato lo 0,90% (+143,88 punti) a fine scambi a 16.111,05 punti. Aveva recuperato il 6,79% la scorsa settimana, dopo aver perso oltre l’11% in qualche giorno. L’indice Topix ha guadagnato lo 0,63% (+8,18 punti) a 1.300,00 Punti. La seduta è stata mediamente attiva con oltre 2 miliardi di titoli scambiati sul primo mercato. Bene soprattutto Shanghai (+2,35%) e Shenzhen (+2,04%), seguite da Sidney (+0,98%) ed Hong Kong (+0,88%).

Venerdì scorso Wall Street ha chiuso contrastata, ma la settimana (la prima in rialzo dopo due di fila in calo) è stata archiviata con il maggiore guadagno dell’anno in corso. Gli osservatori americani continuano ad attendere indicazioni dalla Fed sul percorso di rialzo dei tassi. L’approccio dell’istituto centrale resta legato all’andamento dei dati macroeconomici, che venerdì hanno mostrato segni di un aumento delle pressioni inflattive. I vari governatori sono però divisi sulla necessità di proseguire con una normalizzazione della politica monetaria alla luce delle recenti turbolenze dei mercati. Il Dow Jones (-0,13% venerdì), è salito in settimana del 2,6%, l’S&P500 del 2,8% e il Nasdaq del 3,8%.

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